Dott.ssa Anna Zanardo – Psicologa Psicoterapeuta

Tristezza e Depressione

Al giorno d’oggi la tristezza non è un’emozione ben accolta. Essere costantemente entusiasti, performanti, sicuri di sé, attivi e di successo sembrano i soli ideali di riferimento. Tuttavia acquisire consapevolezza dei propri limiti, di ciò che si è perduto, della necessità di mettersi in discussione e di cambiare, è naturale che si accompagni alla tristezza. È questo stato emotivo che impone ma anche permette di fermarsi e di entrare in contatto con una parte profonda di noi stessi, nella quale riconoscere le proprie fragilità, ma anche i germi delle nostre risorse. La tristezza dunque può essere esperienza preziosa e necessaria alla crescita, alla nascita di nuove idee. E’ inoltre un segnale di legami profondi con gli altri, che può attivarsi per l’assenza di chi amiamo o per una difficoltà nella relazione con l’altro, orientandoci alla ricerca di una rinnovata sintonia emotiva nelle relazioni. Oltre alla tristezza si possono attraversare veri e propri momenti di malinconia, nei quali il calo dell’autostima e l’assenza di motivazioni possono essere considerati come fasi transitorie di una crisi che, in quanto tale, non mancherà di spunti evolutivi e trasformativi.

La depressione può somigliare superficialmente alla tristezza e alla malinconia, ma se ne differenzia per alcune dimensioni sostanziali. In primo luogo porta all’immobilismo, come se un meccanismo interno si fosse inceppato: la persona rimane bloccata in un presente che sembra non finire mai, un futuro privo di senso, un passato che rimanda a ricordi dolorosi. Inoltre la depressione fa sentire vuoti, appiattendo i sentimenti in un generale senso di inutilità e mancanza di significato. Si potrebbe dire che la depressione paralizza, priva di energie, risucchia la speranza, rende ciechi rispetto alle proprie qualità, alle proprie risorse, alla proprie personali possibilità di uscire da una situazione difficile.

La depressione clinica è una patologia vera e propria e per questo che necessita di un aiuto specialistico.

Se in alcune forme se ne può rintracciare anche una specifica predisposizione biologica, questa condizione clinica è sempre strettamente intrecciata alla soggettività individuale e alla storia di relazioni della persona. È bene ricordare come la comunità scientifica internazionale la ritenga una delle malattie maggiormente invalidanti e in più rapida diffusione nella cultura occidentale.

Alcuni segni che possono aiutarci a riconoscere la depressione sono: marcata perdita di interesse per cose che prima amavamo; costante senso di affaticamento percepito come invalidante nello svolgimento delle normali attività quotidiane; significative variazioni nella qualità e quantità del sonno e dell’appetito; isolamento progressivo dalle relazioni interpersonali; scarso o nullo investimento in progettualità lavorative o relazionali.

La depressione si caratterizza per l’accompagnarsi a situazioni esistenziali e psicopatologiche molto diverse tra di loro, talvolta in superficie caratterizzate da un tono dell’umore tutt’altro che abbattuto. Queste espressioni multiformi sono una delle componenti delle quali deve tener conto la terapia.

In generale si tratta di un cammino terapeutico non privo di ostacoli, ed è nello stesso tempo difficile per chi vive dentro di sé una perdita di speranza pensare di aver fiducia in un miglioramento.

Nel corso dei colloqui è possibile cercare di dare voce a quelle emozioni congelate ed appiattite dalla patologia, facendo in modo che nel dialogo psicoterapeutico, da costruirsi insieme, la persona possa rientrare in contatto con parti di sé stessa che reclamavano ascolto.

Possiamo infatti pensare al vissuto depressivo come ad una estrema forma di difesa eretta dalla mente, una sorta di barriera volta ad arginare un sovraccarico emotivo o condizioni eccessive di stress; questa stessa barriera difensiva immobilizza le risorse emotive condannando la persona a non riuscire a reagire altrimenti di fronte alle vicende della vita. Spesso, però, chi soffre di depressione ha la percezione di trovarsi affetto da una condizione clinica senza cause, senza spiegazione, che l’ha travolto all’improvviso.

La terapia quindi aiuta a rimettere in moto processi di pensiero, elaborativi e anche difensivi, che prima si erano come inceppati, restituendo a poco a poco alla persona il volto che prima sentiva di aver perduto, arricchendolo di nuove espressioni e significati, aprendo la scoperta di possibilità e risorse inaspettate.

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©  Dott.ssa Anna Zanardo

Psicologa Psicoterapeuta

 

 

 
 

Image courtesy of Volkan Olmez at https://unsplash.com/@volkanolmez

Articolo pubblicato per Studio Heima Padova: http://www.studioheima.it

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