Il significato Psicologico delle Fiabe

Questo articolo nasce dalla mia passione per le fiabe, e in generale dalla letteratura per l’infanzia, che credo posso essere arricchente anche per gli adulti, in quanto in grado di esprimere con un linguaggio semplice concetti molto profondi. 

La fiaba ha una funzione fondamentale per la maturazione psichica del bambino. Sin dall’antichità, e per la maggior parte della storia dell’uomo, oltre alle esperienze ristrette al contesto familiare, il principale alimento per la vita intellettuale del bambino era fornito dai racconti, come le fiabe, i miti, le storie religiose. 

In particolare la fiaba avrebbe delle caratteristiche specifiche che la porterebbero a conformarsi nel modo migliore alle esigenze di una mente infantile in sviluppo.

Nella medicina tradizionale indù era contemplata l’usanza di fornire una fiaba ad una persona in stato di fragilità psichica, allo scopo di fornirle uno strumento per superare la crisi.

La fiaba, infatti, permette l’esteriorizzazione dei conflitti inconsci, dando ad essi una forma simbolica. Il linguaggio di questa forma di comunicazione di conoscenze è simile a quello del sogno, anche se vi si differenzia per la struttura logica e coerente, che durante il sonno non è presente.

La fiaba rende così possibile controllare dei processi interiori che prima la persona non riusciva ad afferrare. Fondamentale è inoltre il fatto che questo modellare ciò che era informe, non avviene in modo normativo o imposto da altri. La persona si identifica con i personaggi della fiaba e naturalmente trova le sue proprie soluzioni, senza che vi sia un esplicito riferimento a ciò che sia giusto o sbagliato fare. 

Che l’oggetto della fiaba non sia la realtà esterna si palesa attraverso l’espediente che essa utilizza di trasportarci in un mondo fantastico: è della realtà interiore che essa tratta. 

Nella fiaba, a differenza della favola, non c’è una morale esplicita che viene insegnata.

Questo è importante perché, ad esempio, una fiaba come “I tre porcellini” indirizza i pensieri del bambino relativi al suo sviluppo permettendogli di trarre autonomamente le proprie conclusioni. Questo processo risulta piu utile per la maturazione del bambino rispetto ad un discorso “imposto” dagli adulti, che mette il bambino in una posizione di subordinazione e risulta per lui anche meno comprensibile e accettabile. 

Il bambino vive nel corso del suo sviluppo diversi conflitti. Ma, soprattutto prima dell’età scolare, possiede un’Io ancora in formazione che fatica a gestire le emozioni che lo attraversano. La difesa che il bambino allora utilizza è quella dell’esteriorizzazione dei propri contenuti inconsci. Ad esempio tramite il gioco, in cui l’affettività del bambino viene espressa mettendola in scena. Per un bambino l’azione prende il posto della comprensione, soprattutto quando si trova di fronte ad emozioni molto intense. 

Da solo, il bambino non è ancora capace di ordinare i propri processi interiori e darvi un senso, ed è l’adulto che deve aiutarlo, anche tramite l’utilizzo del racconto della fiaba. 

Ad esempio le paure del bambino si possono incarnare in un un lupo o un drago; una fata o una strega o un orco potrebbero rappresentare l’amore o la rabbia che prova verso gli adulti, e in generale le figure delle fiabe raffigurano in modo semplificato, netto e senza sfumature, diversi aspetti emotivi e dell’umano (l’amore, la furbizia, l’altruismo, l’invidia, la fratellanza, il coraggio, la speranza ….) .

Le fiabe hanno sempre un finale positivo. Come può il bambino, che non possiede ancora una sufficiente sicurezza personale, ma la sta acquisendo, affrontare certe lotte interiori, se non ha la certezza che il suo sforzo verrà premiato? 

Le fiabe suggeriscono che una vita gratificante e positiva è alla portata di ciascuno nonostante le avversità, ma soltanto a patto di lottare, di intraprendere la strada faticosa e rischiosa della ricerca della propria identità. I coraggiosi che inizieranno questo cammino riceveranno aiuto da parte di forze benevole.

E’ importante il fatto che sia gente comune ad essere protagonista della fiaba. Tant’è vero che vengono usati raramente nomi propri, al limite soprannomi (ad es. “una principessa”, “la regina”, “una ragazza così bella ma così bella…” ecc.) e, se ciò avviene, si tratta per lo più di nomi comunissimi che potrebbero appartenere a qualsiasi ragazzo o ragazza, bambino o bambina. Questo ci riporta al fatto che non si sta parlando di imprese eroiche, ma delle normali lotte quotidiane, per la conquista di una maggiore maturità. Le fiabe, a differenza di altri tipi di letteratura, indirizzano il bambino a scoprire la propria identità e la propria vocazione. 

Ci sono poi due fondamentali aspetti della psiche infantile che rendono la fiaba così convincente in quel periodo dell’esistenza: la fantasia e il pensiero animistico. 

La fantasia serve a colmare le enormi lacune delle conoscenze che possiede il bambino, dovute da una parte all’inesperienza quindi alla mancanza di adeguate informazioni, dall’altra all’immaturità del suo pensiero. La fiaba stimola la produzione fantastica e l’immaginazione. L’adulto, raccontando una fiaba al bambino, trasmette il messaggio che lasciarsi trasportare dalla fantasia non è dannoso, e nel contempo insegna che è giusto anche ritornare alla realtà. 

Il pensiero animistico caratterizza tutta l’infanzia, come ha dimostrato Piaget. E, sia per gli adulti che per i bambini, vale il principio che un racconto risulta convincente se non contraddice i principi alla base dei nostri processi di pensiero. Ad esempio il bambino, che è egocentrico, si aspetta che gli animali parlino con lui di ciò che lo riguarda,e si attende delle risposte da quegli oggetti che suscitano la sua curiosità mentre si muove alla scoperta del mondo, e cose analoghe avvengono nelle fiabe. 

A questo proposito vorrei ricordare lo studio di Ch. Buhler , che analizza le fiabe dei Grimm allo scopo di ottenere una migliore comprensione dell’attività fantastica del bambino. Parte dall’ipotesi che se le fiabe, racconti antichissimi, si sono mantenute sino ad oggi , devono contenere nella loro struttura degli elementi che le rendono conformi in maniera ottimale al pensiero del bambino. Alcune caratteristiche individuate dalla studiosa, che Glauco Carloni riprende in un suo articolo, sono: una cerchia ristretta di personaggi, ciascuno rappresentante una tipologia di persona con qualità di grado molto intenso, ad es. La contrapposizione senza chiaroscuri di bontà/cattiveria, gran dezza/piccolezza, intelligenza/stupidità; una vicenda che non si svolge mai per passaggi graduali, ma solo per crisi e mutamenti radicali. Il pensiero infantile infatti ignora le sfumature e l’esistenza di verità relative, è tutto assolutizzato e riportato alla propria esperienza soggettiva. 

Ha forse un’utilità riempire il bambino di insegnamenti realistici e razionali?Anche nel caso accetti questo tipo di spiegazioni, non è in grado di comprenderle e non avrà l’impressione di aver realmente ricevuto una risposta alla propria domanda. 

Il bambino si serve delle sue fantasticherie per mantenere il senso di sicurezza di cui ha bisogno, visto che non è ancora in grado di provvedere autonomamente a se’ stesso. Tale sicurezza è necessaria perché il bambino sviluppi quel senso di fiducia nella vita di cui ha bisogno per poter credere nelle proprie capacità. 

Concludendo, privare il bambino delle fiabe significa privarlo di un importante strumento per la scoperta, la gestione e lo sviluppo della sua interiorità. 

Dott.ssa Anna Zanardo – Psicologa Psicoterapeuta

SPUNTI BIBLIOGRAFICI

Bettelheim, Bruno ,Il mondo incantato : uso, importanza e significati psicanalitici delle fiabe , Edizione: 8. ed , Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2004, 

Carloni, Glauco, La fiaba al lume della Psicanalisi, Rivista Psicanalisi vol. 9, 1963 pg. 172

Immagine © EllerslieArt stock.adobe.com

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